Le strade erano una distesa di ghiaccio.
La neve era scesa fino due giorni prima.
Non sentiva freddo però. Non sentiva nulla (finalmente) imbottita com’era.
“grazie. Sei un amico”
Erano stati fuori un paio d’ore. Era stata lei ad insistere. Lui, tornato tardi dal lavoro, si era fatto una doccia. Dopo cena, si era appisolato sul divano. Stanco morto.
Lei, con lo stesso temperamento di una mosca segregata in un vasetto di vetro, aspettava un suo sms, una sua telefonata. 23. 23:10. 23:30. Niente.
Agitata si chiedeva “perché non mi chiama? Vuoi vedere che stacca sul serio a mezzanotte?”
‘fanculo.
Ti prego chiamami.
23.40 suonò il cellulare.
“scusa. Mi ero addormentato. Dieci minuti e sono da te”
“sei sicuro? Se sei stanco…facciamo un’altra volta”
“tu non esci mai il martedì…non con un amico…ormai ho già fatto incazzare mio padre. Preparati biondina che arrivo.”
E tutto il disastro era svanito. Si sentiva leggera, senza testa.
Due mandate a destra. Entrò in casa. Quel silenzio irreale. Si sentiva lievitare. Si rigirò verso la porta e fece altri due giri di chiave a destra.
Tolse la borsa. Poi la giacca. Le piaceva da morire quel giubbottino. Corto. Di panno grigio antracite. Col collo di pelo (sintetico!) che la faceva sembrare più grande. O forse si illudeva di sembrare più vecchia.
Aprì la borsetta. Estrasse il cellulare.
Guidata da un riflesso incondizionato, sbloccò la tastiera e fece scorrere la rubrica. Eccolo. Fece uno squillo.
Mentre era china ad abbassare la cerniera dello stivale di pelle nera, il telefono privo di suoneria, vibrò sul tavolo.
1 message reçu.
Afficher ”ehi…che ci fai sveglia alle 3 ?”
Options
Répondre “rientro ora. Vado a letto »
E così, lui che da oltre un mese l’annoiava con squilli della buonanotte, aveva ottenuto risposta a quel lungo e fastidioso perseverare.
Le fece la solita domanda. Soltanto per irritarla un po’…le chiese come stava.
Lei (al solito) ironizzò spiegando com’era vestita, di cosa si sarebbe spogliata.
La mano destra si trascinava rasa alla parete. La sinistra stringeva il nokia.
Giunse in bagno.
Giunse una sua richiesta di perdono.
“sono stato un coglione. Era un momento cosi’…non so dove avevo la testa”
Ora era lei che si poneva la stessa domanda.
Sorretta con entrambe le mani al lavabo, si specchiò. Gli disse non era quello il momento di parlare.
Lasciami
Non volevo farti lo squillo
Non sono in me in questo momento
Non ragiono con la mia testa Riflessa nello specchio c’era una lei che odiava. Ombretto appena percettibile sulle palpebre calate a tapparella. Capelli che le accarezzavano le guance, ora con un profumo diverso da quello dello shampoo usato qualche ora prima. Rosso indelebile sulle labbra.
1 message reçu: “dimmi cos’hai. Mi fai preoccupare”
Lei stava impazzendo. Da tre giorni, ormai, si sentiva soffocare.
Nella pausa del mezzogiorno aveva mandato un may-day. Lui l’aveva richiamata due ore dopo, sul telefono di casa.
“ehi, come stai?”
“lo sai come stò. Te l’ho detto nel messaggio”
“bionda non fare stronzate”
“stò andando al lavoro”
“stasera usciamo”
“a qualsiasi ora”
“finisco tardissimo. Ma passo da te”
“ci vediamo dopo. Anche fosse mezzanotte”
“promettimi che fai la brava”
Non riusciva a reggere tutte quelle situazioni.
Si era appigliata a lui, che era certa l’avrebbe sorretta evitandole domande superflue.
Quando uscì di casa era una statua inespressiva. Lui l’osservava come un pet con gli occhi stipati di lacrime mai scese.
“mi hai spaventato a morte”
“mi spiace…portami dove vuoi. Non ho voglia di parlare”
1 message reçu: perché non hai chiesto a me di uscire?
Lei questa volta aveva voglia di sicurezza. Un qualsiasi diniego non avrebbe fatto altro che acellerare la sua discesa verso il baratro sul quale si era affacciata.
Lasciami ti prego.
Non è cambiato nulla
Penso ancora tutte quelle cose di te
Non vuol dire niente uno squillo
Non in questo stato
Non so perché l’ho fatto
Non capiva che l’assillava. Non se ne faceva nulla del suo pseudo-affetto. Non se ne sarebbe fatta nulla delle sue scuse.
Anche se furono infinite.
Anche se gliele fece in miliardi di modi. Obbligando quel cervello incasinato a una fatica immensa nel ricordarle i momenti belli che furono.
Le chiese perdono altre mille volte quella notte.
Lei fingeva di non sentirle. Tergiversava. Si riflesse di nuovo nello specchio: si faceva schifo con quell’apparenza da puttana drogata.
Lasciami ti prego
Sono le quattro. Ho bisogno di dormire.
Pensava all’indomani. Si sarebbe dovuta risvegliare alle sette per coprire la faccia sfatta e presentarsi in ufficio.
Lo stronzo non mollava la presa. Lo odiava quando era così insistente.
Sono quello di sempre.
Quello che ti è sempre stato vicino
Quello che ti vuole bene
E che ora…è solo merda
Lei ora non sapeva chi fosse. Il suo encefalo era diviso in due: da una parte quello che conosceva intimamente. Quello con cui aveva condiviso “segreti”. Quello sempre presente. quello che le leggeva dentro senza farle mille domande. Quello che non la giudicava.
Dall’altro quello che le avevano raccontato. Quello che lui aveva esortato “non fateglielo sapere”.
Si sentiva molle. Come d’estate, quando arriva il primo caldo afoso e la pressione le scendeva a novanta. Si sfilò la gonna. E il suo svestirsi per quella sera si limitò a quello.
Lasciami. Dico davvero
La stordita viaggiatrice sulla nave in burrasca veniva sballottata tra quelle due immagini. Così distinte. Così nitide. E se le sovrapponeva ne otteneva una troppo torbida.
Si lasciò cadere sul materasso volante.
In un momento di lucidità puntò la sveglia sul telefono, dimenticandolo acceso.
Avrebbe voluto la lobotomizzassero. Solitamente le dava la pelle d’oca l’idea di persone ridotte a vegetali. Quella notte le sembrava l’unica scappatoia ai troppi pensieri. L’unica arteria per sentirsi di nuovo libera.
La mattina trovò altri messaggi. Lui aveva persistito col chiederle perdono
Non è una cosa cosi grave. Con tutto quello che ho fatto per te.
Non si vive di rendita, pensò al risveglio nel leggerli.
La nave continuava a oscillare. Realizzò di non riuscire più a contrastarla. Si lascio trasportare.
Leggera.
Come una foglia sull’acqua.