aprile 6, 2008

CML

 


Cml mi perseguita
tra le pagine di un libro
nelle scene di un film
unica donna
sulla terra
e io vorrei stare tranquilla
questo week end
che ho aghi nelle ossa delle mani
spine sui polsi
sangue che sgorga
all’attaccatura delle ali
strappate
Cml non sa nemmeno che
io esisto
e dovrei lasciarmi scivolare
via tutto
la mia assurda gelosia
la febbre
che cola sudore
e non riesco nemmeno
a scrivere
Cml per me era una bambola
di lei avevo scritto
del suo cuore
ferito dietro la stoffa
ora esiste
ed è dentro di me
come un virus

aprile 3, 2008

(sogno della notte tra il 1 e il 2 aprile)

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c’era un prato immenso
verde di quel verde brillante
all’inglese
e c’erano mille persone
o forse di più
tuttecomefosseropermano
a formare un cerchio grande come il mondo
o forse solo un gigantesco girogirogirotondo
e tutti correvano
veloci
ordinati. correvo anche io.
tra mia nonna Terry, l’Antoine e Arianna
e c’era un senso di libertà nell’aria
che nemmeno immagini
e io correvo. veloce.
e poi dicevo mimancailfiato
ti pare? il fiato…

(ma te, che ne sai
prendilo così: it’s just a Dream)

marzo 20, 2008

Nel Nome Del Padre

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ieri sera è stato bellissimo. c’era la luce soffusa delle candele. c’era il tavolo apparecchiato per due. c’erano le stoviglie carminie, e io adoro quel colore. i calici di cristallo purissimo. la tovaglia sembrava una distesa di zucchero.
Roberto è un tipo romantico. a volte mi chiedo chi me l’abbia mandato. altre, invece, cosa possa avere io di così eccezionale per attrarlo. non lo sò. forse lui è uno di quei tipi che si accontenta. o forse era stanco della sua vita da latin lover, e ha cercato una che fosse l’opposto di tutte. di tutte le sue ex conquiste.
non è un ottimo cuoco. però ci sa fare. e poi guadagna bene. può permettersi di ordinare le cene galanti a domicilio. in quel ristorantino che c’è tra la settima e la nona. quel localino molto chic che vende esclusivamente cibo francese.
è stato tutto fantastico! c’erano ostriche con panna e porri, moules marines, salmone au beurre blanc, rana pescatrice ai ferri, un petit friture di crostacei e pesciolini. tutto assaporato con dell’ottimo vino bianco.
Rob è un tipo elegante, distinto. è gentile, disponibile, mi riempie sempre di complimenti.
sarebbe l’uomo della mia vita.
se solo.
se solo non ci fosse quel mio piccolo problema. quel mio dannatissimo problema, che mi porto dietro da sempre. che fa di me la donna infelice che sono. no! no no. lui non c’entra. lui è dolce. lui è sensibile. sono io il problema. io!
terminata la cena mi ha presa per mano. siamo andati sul divanetto di velluto, mentre lo stereo cambiava automaticamente i cd prescelti.
abbiamo cominciato a baciarci. mischiando l’umido delle nostre lingue. gli ho baciato il collo, sò che lo adora. poi mi ha sbottonato la camicetta, scostando il reggiseno ha iniziato ad assaggiarmi i capezzoli. a baciarmi la pancia, e più in basso, scostando gli slip sotto la gonna. il mio braccio l’ha staccato bruscamente da me. ho gridato. gli ho detto di andarsene.
mi ha guardata come se fossi pazza.
io l’amo! ma non voglio mi tocchi. non voglio! non posso!
ho rivisto quella scena. ripetuta milioni di volte. di quella volta di me a dieci anni.
ci sono io. una magliettina grigia aderente. il seno acerbo. zio Jon, il fratello di mio padre, fa apprezzamenti sul mio fisico “ti stanno crescendo le tettine. vedrai quanti ne avrai tra un po’ in mezzo a quelle coscette”.
io non capivo. ne avrai di cosa? ne avrai DI COSA? poi ho pensato si riferisse ai peli pubici. un compagno, a scuola, aveva preso da parte me e un’amica, già sviluppata, e mi aveva chiesto se lo sapevo che la figa è pelosa. io non gli avevo risposto. ma mi ero accorta di non essere più come da bambina. pensavo zio Jon si riferisse alla stessa cosa.
“vieni. siediti qui sulle mie gambe. come da piccolina, che parliamo un po’ “. io voglio un sacco di bene a zio Jon. mi siedo. le sue mani mi accarezzano le cosce. e di fianco al tronco, sfiorando quell’accenno di seno. ho un brivido. poi penso lui non l’abbia fatto apposta. mi chiede se voglio un gelato. lo vorrei, fa un caldo terribile. ma non voglio andarci con lui. non rispondo.
“Luca! porto tua figlia a prendere un gelato. Me la presti?” mio padre sorride, e acconsente
“Papà non ho voglia. Sono un po’ stanca”
“Stanca? a dieci anni? Vai, vai con lo zio a prenderti un gelato. forza pelandrona”
salii in macchina con lo zio. la sua auto suonava quei vecchi country, vecchi già allora. mi portò a prendere un gelato, poi si diresse verso casa sua
“Devo tornare da papà”
“Tranquilla…prendiamo solo una cosa e andiamo dal tuo papà. dai, entriamo”
Entrai. lo zio Jon mi guardava. il freddo del gelato diventò un tutt’uno col freddo che sentivo addosso. Lui iniziò ad accarezzarmi i capelli. le guance. poi mi disse di fargli vedere la mia patatina. sperai in Dio di aver capito male
“Dai, sbottonati i jeans. me ne fai vedere solo un pezzettino”
i ricordi sono sfuocati. ricordo le sue mani e il suo alito caldo su di me. ricordo il gelato per terra. ricordo il suo ansimare. ricordo lui che si sbottona i jeans. ricordo un coso grande e duro che enta con forza dentro di me. tre/quattro/cinque/dieci volte. ricordo le lacrime. ricordo lui che mi dice “va che casino che hai fatto! tira su il cono. ah, non dire niente a tuo padre del nostro segreto. l’ho fatto in suo nome”

***non è autobiografico! ci tengo a dirlo***

marzo 18, 2008

aLluCiNaZiOnI-SoNoRe

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svegliarsi. andare in sala. semisvestita.
essere pervasa dall’incessante tic/tic/tic di un ferro da stiro
acceso
dimentico di qualcuno
e sbuffare. accingersi a spegnerlo. staccarne la spina.
ops!
nessuna spina nella presa. la lucetta non è rossa. il ferro è spento.
cos’era quel rumore? (eppure l’ho sentito)(lo giuro)
come chi si sveglia. la mattina. gridando “ILARIA!” nella stanza
e un’ilaria non c’è. non la conosce. ancora
come quelle volte. che dico parole da sola.
come se raccontassi. a chi?
e poi, solo poi… me ne accorgo
(shhhhhhhhhhhhh. non diciamolo a nessuno)

marzo 17, 2008

la monnaie

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ti ho lasciato
quei maledetti soldi
sul tavolo
vatteli a prendere e
mollami. lasciami stare
sono nel mio letto
esausta
(mi hai fatta piangere
in pausa pranzo
e manco te ne sei
accorto)
andrò a lavorare tra poco
già col mal
di testa
e non ne ho voglia
ed è colpa tua
che non sai
non ti accorgi
pagati il biglietto
(magari di sola andata)
che i soldi mi danno il vomito
mi fai pensare
alla mia infanzia
ai sogni di me
nei tempi antichi
della guerra
con le mani piene di monete
che hanno l’attuale
valore
e sorrido a mio padre
così compri
tante cose

marzo 16, 2008

‘fanculo i buoni propositi

a chi mi chiede perchè non scrivo
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a chi mi chiede perchè sono single da tre anni
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a chi mi chiede perchè sono così magra
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a chi mi chiede perchè non sorrido
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a chi mi chiede perchè non faccio un libro
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a chi mi chiede perchè non cambio lavoro
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a chi mi chiede perchè non i trovo un bravo uomo e me lo sposo
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a chi mi chiede perchè non vado ad abitare da sola
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a chi mi chiede perchè
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perchè?

e poi leggo gli scrittori dovrebbero scrivere ogni giorno
stanchi/incazzati/malati/eccitati/felici/occupati
e mi ero ripromessa di farlo:
ogni giorno scrivo
tutto-quello-che-mi-passa-per-la-testa
e invece no
ho mille scuse (non ho scusanti)
ma non l’ho fatto. non ogni giorno
e?
non sarò mai una scrittrice?
magari…
non una vera.
magari…
oddio. faccio “la dura” , ma non so*.
non so*…
e voi?
voi che avete una risposta per tutto?
voi che sapete tutto di tutti.
VOI!
ditemi voi
voi che/se mi leggete
ditemi
tutte quelle piccole bugie
che non sò raccontarmi
tutte quelle piccole bugie
a cui nemmeno io credo

ditemi un giorno tanti sapranno chi sono.
ditemi già. ora. tanti lo sanno.
ditemi non sono banale.
ditemi ho qualche cosa di “eccezionale”.
ditemi un giorno, non molto lontano, guarirò.
ditemi “ILARIA RIALZATI!” e continua quel progetto.
legatemi. e obbligatemi con dolcezza a portarlo a termine.
ditemi un editore mi conoscerà.
ditemi QUEL uomo arriverà.
ditemi…manca poco. e la porta dell’ufficio sbatterò. e tutto aurevoir

perdonate
(o voi che/se leggete lo sfogo)

per l’ennesima volta:
prometto! a me stessa
scriverò ogni giorno.

ilaria, 16 Marzo 2008
h. 16:52

(*grazie a G.G. per avermi corretta)

dicembre 21, 2007

COSE BELLE DEL 2007

starò invecchiando… ma sento la necessità di fare un resoconto di questo 2007 (in cui io ho 27 anni)
è vero. non sono mai contenta, soddisfatta, di nulla. soprattutto di me stessa. vorrei di più, molto di più.
ma se guardo la mia agenda arancione (che QUEST’ANNO è praticamente vuota! rispetto al mio solito scrivere scrivere scrivere) la mia agenda da borsetta (che è ingrassata di 4 volte rispetto a quando mi è stata regalata) il mio blog su splinder, gli scontrini-sono un po’ disordinata, appunto cose sugli scontrini!-, il messaggi nel cellulare-sono smemorata, annoto tra gli sms i nomi, le cose da fare-i miei quaderni…

R E S P I R O

mi rendo conto quest’anno (in fondo…) non è stato poi così male

GENNAIO

pubblicazione della mia urban legend Luce” sulla rivista letteraria on-line Prospektiva
http://www.prospektiva.it/archivio.htm

FEBBRAIO

la mostra a milano di Tamara De Lempicka
http://lilaria.splinder.com/post/11020425

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MARZO

la mia prima intervista

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APRILE

il pranzo col gruppo di scrittori milanesi di Pennadoca
http://www.pennadoca.net/pennadoca/index.php?option=com_content&task=view&id=248&Itemid=82

http://www.micheleegli.ch/milano.html   (le foto)

la mia prima fiaba Un angelo di nome Angela” scritta (e bocciata) per Assoali


MAGGIO

la pubblicazione della mia poesiaAmore friabile
nell’Antologia “Concorso di emozioni”-poesie e racconti d’amore della Kimerick
http://lilaria.splinder.com/post/12039230

 


LUGLIO


il matrimonio di Flavia e Giovanni

Nel vostro giorno
il sole ci scioglieva
e la Benny e la Vera ci raggiungevano
con stole d’oro in pendant

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mentre la mamma della Flà ci chiedeva di entrare

(“se la vedo mi commuovo”)

Silvia TreFoster in leggings e
Ufo con le scarpette/tacco/dodici rosse
ci fotografavano in ogni posa
e all’interno Giò, Luca e il Brother
attendevano

la fotografa


Una piccola chiesetta
minimale, coi canti del prete
un Santo Stonato dagli amici
e la Flà, per la prima volta?,
che non indossava il nero
ma come al solito,
parlavaparlavaparlava
anche mentre snodava la Fede

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Tre amici davano voce alle letture
altri due portavano il vino e il pane
esortati dal prete
invisibili a tutti
durante lo scambio della Pace

E poi il lancio del riso
e l’attentato alla Flà dal piccolo Emiliano
e i chicchi in ogni décoleté
e la foto di amici tutti stand up
e l’altra tutti sit down

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L’interminabile pranzo
intervallato da

“sizza?”

fino alle sei
che alle cinque eravamo stanchi
e la ‘ziamadre’ seduta con noi
a cantare <siete la coppia più bella del mondo>
e i segnaposti con la grafia elementare
infilati nelle borsette
e centinaia di rose rosse, bianche e salmone portate da Giò
parcheggiate nelle auto

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Destination Fontanili
e un altro po’ di amici
attendevano gli sposi in deshabillè
tranne il velo, quello sì! Per un po’
a ognuno le fiches per la consumazione
e trecento foto o più
e continuare a sorridere, a parlare
come una festa qualsiasi con-tutti-noi

io e Glo

E poi lasciarsi
con voi che raggiungete Gorgonzola
e la stanca felicità
disegnata sui vostri volti

(Lilaria, 4 Agosto 2007)


la mia prima volta a Roma e da un casa editrice (Leconte-Storie All Writes)

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AGOSTO

la mia prima volta in Sardegna
http://lilaria.splinder.com/post/14496635

la mia schiena


SETTEMBRE

l’incontro con Chuck Palahniuk al Festival della Letteratura di Mantova
http://lilaria.splinder.com/post/13802587

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la partecipazione ad una collettiva artistica di Impulsi Creativi a Gavirate (VA)
http://www.flickr.com/photos/9704877@N02/

(sul tavolo a casa mia)

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(sul treno…)
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(il resto del treno…)

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NOVEMBRE

la pubblicazione della mia poesia “Poison’s Girl” nell’antologia erotica di ErosityLove
http://www.lulu.com/browse/preview.php?fCID=1515231

DICEMBRE

la pubblicazione nell’e-book Erotikamente http://www.lamenteeilcuore.com/attimi/materiale/erotikamente%20141207.pdf
( “Nel ventre di Saffo” e “Tutto il cielo di Andrea” )


il mio sogno scritto (e bocciato) per “The Sleepers
la pubblicazione della mia poesia “Uscita d’emergenza” per “Les Fleurs Du Mal“-Nicola Pesce Editore

novembre 10, 2007

Le strade erano una distesa di ghiaccio.
La neve era scesa fino due giorni prima.
Non sentiva freddo però. Non sentiva nulla (finalmente) imbottita com’era.
“grazie. Sei un amico”
Erano stati fuori un paio d’ore. Era stata lei ad insistere. Lui, tornato tardi dal lavoro, si era fatto una doccia. Dopo cena, si era appisolato sul divano. Stanco morto.

Lei, con lo stesso temperamento di una mosca segregata in un vasetto di vetro, aspettava un suo sms, una sua telefonata. 23. 23:10. 23:30. Niente.

Agitata si chiedeva “perché non mi chiama? Vuoi vedere che stacca sul serio a mezzanotte?”

‘fanculo.

Ti prego chiamami.

23.40 suonò il cellulare.

“scusa. Mi ero addormentato. Dieci minuti e sono da te”

“sei sicuro? Se sei stanco…facciamo un’altra volta”

“tu non esci mai il martedì…non con un amico…ormai ho già fatto incazzare mio padre. Preparati biondina che arrivo.”

E tutto il disastro era svanito. Si sentiva leggera, senza testa.

Due mandate a destra. Entrò in casa. Quel silenzio irreale. Si sentiva lievitare. Si rigirò verso la porta e fece altri due giri di chiave a destra.

Tolse la borsa. Poi la giacca. Le piaceva da morire quel giubbottino. Corto. Di panno grigio antracite. Col collo di pelo (sintetico!) che la faceva sembrare più grande. O forse si illudeva di sembrare più vecchia.

Aprì la borsetta. Estrasse il cellulare.

Guidata da un riflesso incondizionato, sbloccò la tastiera e fece scorrere la rubrica. Eccolo. Fece uno squillo.

Mentre era china ad abbassare la cerniera dello stivale di pelle nera, il telefono privo di suoneria, vibrò sul tavolo.

1 message reçu.
Afficher ”ehi…che ci fai sveglia alle 3 ?”
Options
Répondre “rientro ora. Vado a letto »

E così, lui che da oltre un mese l’annoiava con squilli della buonanotte, aveva ottenuto risposta a quel lungo e fastidioso perseverare.

Le fece la solita domanda. Soltanto per irritarla un po’…le chiese come stava.

Lei (al solito) ironizzò spiegando com’era vestita, di cosa si sarebbe spogliata.

La mano destra si trascinava rasa alla parete. La sinistra stringeva il nokia.

Giunse in bagno.

Giunse una sua richiesta di perdono.

“sono stato un coglione. Era un momento cosi’…non so dove avevo la testa”
Ora era lei che si poneva la stessa domanda.

Sorretta con entrambe le mani al lavabo, si specchiò. Gli disse non era quello il momento di parlare.

Lasciami
Non volevo farti lo squillo
Non sono in me in questo momento
Non ragiono con la mia testa Riflessa nello specchio c’era una lei che odiava. Ombretto appena percettibile sulle palpebre calate a tapparella. Capelli che le accarezzavano le guance, ora con un profumo diverso da quello dello shampoo usato qualche ora prima. Rosso indelebile sulle labbra.

1 message reçu: “dimmi cos’hai. Mi fai preoccupare”
Lei stava impazzendo. Da tre giorni, ormai, si sentiva soffocare.

Nella pausa del mezzogiorno aveva mandato un may-day. Lui l’aveva richiamata due ore dopo, sul telefono di casa.

“ehi, come stai?”

“lo sai come stò. Te l’ho detto nel messaggio”

“bionda non fare stronzate”

“stò andando al lavoro”

“stasera usciamo”

“a qualsiasi ora”

“finisco tardissimo. Ma passo da te”

“ci vediamo dopo. Anche fosse mezzanotte”

“promettimi che fai la brava”

Non riusciva a reggere tutte quelle situazioni.

Si era appigliata a lui, che era certa l’avrebbe sorretta evitandole domande superflue.

Quando uscì di casa era una statua inespressiva. Lui l’osservava come un pet con gli occhi stipati di lacrime mai scese.

“mi hai spaventato a morte”

“mi spiace…portami dove vuoi. Non ho voglia di parlare”

1 message reçu: perché non hai chiesto a me di uscire?
Lei questa volta aveva voglia di sicurezza. Un qualsiasi diniego non avrebbe fatto altro che acellerare la sua discesa verso il baratro sul quale si era affacciata.

Lasciami ti prego.
Non è cambiato nulla
Penso ancora tutte quelle cose di te
Non vuol dire niente uno squillo
Non in questo stato
Non so perché l’ho fatto
Non capiva che l’assillava. Non se ne faceva nulla del suo pseudo-affetto. Non se ne sarebbe fatta nulla delle sue scuse.

Anche se furono infinite.

Anche se gliele fece in miliardi di modi. Obbligando quel cervello incasinato a una fatica immensa nel ricordarle i momenti belli che furono.

Le chiese perdono altre mille volte quella notte.

Lei fingeva di non sentirle. Tergiversava. Si riflesse di nuovo nello specchio: si faceva schifo con quell’apparenza da puttana drogata.

Lasciami ti prego
Sono le quattro. Ho bisogno di dormire.
Pensava all’indomani. Si sarebbe dovuta risvegliare alle sette per coprire la faccia sfatta e presentarsi in ufficio.

Lo stronzo non mollava la presa. Lo odiava quando era così insistente.

Sono quello di sempre.
Quello che ti è sempre stato vicino
Quello che ti vuole bene
E che ora…è solo merda

Lei ora non sapeva chi fosse. Il suo encefalo era diviso in due: da una parte quello che conosceva intimamente. Quello con cui aveva condiviso “segreti”. Quello sempre presente. quello che le leggeva dentro senza farle mille domande. Quello che non la giudicava.
Dall’altro quello che le avevano raccontato. Quello che lui aveva esortato “non fateglielo sapere”.

Si sentiva molle. Come d’estate, quando arriva il primo caldo afoso e la pressione le scendeva a novanta. Si sfilò la gonna. E il suo svestirsi per quella sera si limitò a quello.

Lasciami. Dico davvero
La stordita viaggiatrice sulla nave in burrasca veniva sballottata tra quelle due immagini. Così distinte. Così nitide. E se le sovrapponeva ne otteneva una troppo torbida.

Si lasciò cadere sul materasso volante.

In un momento di lucidità puntò la sveglia sul telefono, dimenticandolo acceso.

Avrebbe voluto la lobotomizzassero. Solitamente le dava la pelle d’oca l’idea di persone ridotte a vegetali. Quella notte le sembrava l’unica scappatoia ai troppi pensieri. L’unica arteria per sentirsi di nuovo libera.

La mattina trovò altri messaggi. Lui aveva persistito col chiederle perdono

Non è una cosa cosi grave. Con tutto quello che ho fatto per te.

Non si vive di rendita, pensò al risveglio nel leggerli.

La nave continuava a oscillare. Realizzò di non riuscire più a contrastarla. Si lascio trasportare.

Leggera.

Come una foglia sull’acqua.

settembre 28, 2007

(CRY!) BLOOD MIND

 

Le natiche tagliavano le piastrelle fondendosi tra le venature del pavimento di marmo chiaro. La scapola destra poggiava su una parete, la sinistra sull’altra, scomode all’angolo di quelle due mura del salotto. Teneva la testa china tra le mani, i gomiti temporeggiavano sulle ginocchia, rannicchiate in pochi centimetri quadrati. Sollevò di scatto la testa quando dallo stereo partì Spank Thru, una delle sue canzoni preferite. Fu allora che si domandò che ore fossero.”Porca puttana! Mio padre è un coglione!” sbraitò guardando La persiana della memoria sulla parete di fronte a sé “Come cazzo si fa? Come si fa, mi chiedo! Avere tre orologi con le lancette imbizzarrite. Quello stronzo deve trovare il modo di farle tornare normali”. La sua testa era sospesa nell’aria. Aveva ingurgitato anfetamine sciolte in alcool etilico. Non sopportava stare solo, e ora lo era. Le pupille dilatate non distinguevano un orologio vero da tre sciolti in un quadro. C’era stata una festa quella sera. I soliti amici, più qualche imboscato. Il tavolo in noce era saturo di bicchieri semivuoti. Uno dei calici a tulipano era per terra col corto gambo spezzato, reo di aver insozzato con Tennessee Whiskey il persiano rosso e blu sottostante.  
Giorgio temeva di soffocare, tanto i suoi polmoni stavano affogando nel puzzo di pelle dei divani nuovi impregnati dell’odore di fumo dei vari mozziconi sparsi qua e là nei posacenere vintage in cristallo e argento. Erano gente_per_bene i suoi amici, universitari figli di papà con scarpe Prada, che si accompagnavano a biondine con borsette Louis Vuitton e vertigini su tacchi Gucci. Nessuno di loro si sarebbe mai permesso di cremare il tappeto del signor Pirola.  
Ora Kurt stava gridando. Giorgio strinse forte la testa tra le mani e iniziò ad urlare: “Smettila! Smettila! Chiudi quella fogna di bocca! Chiudila per dio!”. Se ci fossero stati dei vicini, di sicuro qualcuno avrebbe chiamato la polizia, ma abitava in una villetta isolata. “Piantala, ti prego”, chiese ora con tono dimesso, singhiozzando come un bambino. 
Chinò nuovamente la testa, ma balzò in piedi immediatamente. Sbatteva le mani idrofobe sulle braccia invase da api “Cosa volete? Che vi ho fatto?”. Forse, durante le sue crisi depressive corrette con Xanax
si era soffermato troppe volte ad osservare il Sogno causato da un’ape attorno a una melograna un secondo prima del risveglio. Suo padre era un patito di Dalì, ma ignorava quanto quei quadri così onirici e suggestivi potessero impossessarsi della mente sognatrice del figlio. Più volte il ragazzo si era chiesto quale paura avesse accompagnato quella donna indifesa dall’assalto delle tigri. Ma di più lo preoccupava quell’ape nascosta sotto di lei, che avrebbe potuto pungerla a sorpresa. Ora quell’ape si era moltiplicata in cento, mille esemplari che usciti dal frutto si erano diretti verso di lui procurandogli un dolore intenso che spingeva, scoordinato quasi fosse posseduto, a dimenarsi tra sedie rivestite di velluto rosso, tavolini con sopra vasi liberty e carrelli con le bottiglie di Jack Daniels, Gordon’s Gin, Martini, Keglevich. 
D’improvviso il ronzio terminò. Si guardò le braccia: sgorgavano sangue “Mi hanno riempito di squarci, ma almeno se ne sono andate”. 
Il suo volto disegnò un sorriso esausto. Ora la calda voce di Lou Reed cantava “Just a perfect day, problems all left alone” ed uscì, barcollante, dalla stanza, diretto verso il bagno, deciso a ripulirsi da quello schifo.
 

(Ilaria, 21 marzo 2007-che tra un mese e otto giorni avrò 27 anni…chi ci sarà?)